Le pagine che seguono sono state estratte da un libro che il magistrato Aldo Peronaci nella bibliografia del  suo  pregevole volume “La Fine di Murat e dei suoi ultimi gioielli” VINCENZO URSINI EDITORE  così definisce: CURCIO G. Su la tomba di Murat, dopo 84 anni, Monteleone 1900; “Scritto rarissimo, che non mi è riuscito di trovare”.

Noi siamo stati più fortunati in quanto ne abbiamo trovato una copia presso la libreria BOOKS BARON il cui indirizzo è 1236 S. Magnolia Ave. Anaheim, CA 92804  U.S.A.. E’ una libreria americana che vende libri usati ed antichi tramite Internet che noi abbiamo rintracciato tramite  motori di ricerca specializzati in librerie antiche. Tale volume stampato nel 1900 a Monteleone dalla Tipografia Passafaro nell’Orfanotrofio Provinciale dal costo di lire 2, era andato a finire nella biblioteca personale di ARCIBALD PHILIP. EARLY OF ROSEBERY, da qui in America per rientrare a Pizzo tramite le ricerche fatte dall’autore del presente lavoro dottore Giuseppe PAGNOTTA.

 

I TENTATIVI DELLA FAMIGLIA  DEL RE GIOACCHINO PER RECUPERARE LE SUE OSSA.

 

La famiglia del re Gioacchino MURAT si è sempre interessata alle vicende relative alle ossa dello sfortunato Re senza mai rassegnarsi al loro triste ed oscuro destino. Mentre la regina Carolina Bonaparte  nulla potè fare, durante gli ultimi anni della sua vita, per poter recuperare il corpo del re Gioacchino; i figli ed i nipoti, essendo mutate le condizioni politiche del Regno,  negli anni successivi effettuarono dei tentativi in tal senso senza però giungere mai a nessun risultato conclusivo.  La figlia di re Gioacchino  Napoleone la Principessa Luisa e suo figlio Conte Achille Rasponi, presero contatti con dei pizzitani ed in particolare con l’Onorevole Giorgio Curcio proprio con lo scopo di ritrovare le ossa del padre. Di seguito verranno raccontati questi tentativi con particolare evidenza alla corrispondenza intercorsa tra  la famiglia del compianto Re ed il Comm. Giorgio CURCIO (1)  

 

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(1)   Giorgio Curcio, ingegno versatile, magistrato integerrimo, statista profondo, fu chiamato da Enrico Ferri, uno dei precursori della sociologia criminale in Italia. Sempre all’avanguardia delle sante battaglie dello intelletto, egli non esitò di voler lasciare le auree serene del Tempio di Teme, per correre sul campo di Marte, quando nel 1862 fervea la pugna per liberare la patria dallo straniero.

 Ripieno di cuore e la mente dell’amore per le natie contrade, di esse s’interessò a tutt’uomo ancor da deputato, e guardò sempre la sua Pizzo con affetto filiale.

Fu suo vivo desiderio di togliere dall’ombra del sepolcro gli avanzi del valoroso Murat, per innalzarli alla solenne apoteosi degli eroi e dei martiri; ma i continuatori di questo suo ideale provarono il disinganno, che sempre offre il regno della morte.

Per ispirare ognor di più i suoi cittadini al culto della Patria, il Curcio fece dichiarare monumento nazionale il Castello, e quivi egli volea creare un Museo Murattiano, affinchè si perpetuasse nei tempi avveniri, il sacrificio del primo tra i Sovrani, che cementò col proprio sangue, e fecondò l’idea della unità italica. 

 

 

 

 

 

ANNO 1839 MUORE LA REGINA CAROLINA BONAPARTE.

Nella Chiesa di S. Giorgio Martire di Pizzo giacciono confusi gli avanzi del valoroso Murat; e del quale, mentre a Bologna nella Certosa sorge bellissima la statua scolpita dal Vela, a Pizzo, sol­tanto ad evocare la memoria del gran Re, sorge mae­stoso l’annerito castello,  monumento imperituro (1).

 

 

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{1} li 1. Gennaio 1860 Giuseppe Garibaldi mandò da Caprera alla Marchesa Trotti, nata Contessa Pepoli, pronipote di Gioacchino, una delle palle da fucile sparate addosso a Murat al Pizzo, col presente pensiero : « Invio a Lei la palla che tolse ai viventi il prode dei prodi, il valorosissimo vincitore della Moskowa re di Napoli. I secchi steli, « che accompagnano il piombo micidiale, furono raccolti nel sito ove « ebbe luogo la scellerata fucilazione >>,

 

Carolina Bonaparte, che in seguito alla mutata fortuna aveva abbandonato il titolo di regina, per quello di contessa di Lipona, morendo nel 1839 aveva espresso il desiderio che le sue ossa fossero un giorno congiunte a quelle del Re.

Da 60 anni Ella giace in una Cappella della Chiesa d’Ognisanti a Firenze, ed invano i suoi parenti, nel 24 aprile 1899, cercarono sciogliere il sacro voto (1). La Principessa Luisa Murat, dopo 10 anni di regia e dieci altri di esilio, nel 1825 sposava il con­te Giulio Rasponi colto e gentile patrizio di Raven­na, e la libéralissima città, ultimo ostello di Dante, accoglieva riverente la figlia del vincitore di cento battaglie.

Ella, educata all’ombra di un trono, sorto con la rivoluzione e con essa caduto, in mezzo ai sommi dolori della vita si mostrò sempre di altissimi sen­timenti, condividendo col suo consorte le vicende varie e non

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(1) la Regina Carolina ebbe sepoltura provvisoria, in una Cappella riservata nella Chiesa d’Ognisanti a Firenze, ove leggesi ia seguente iscrizione.

ICI  REPOSE   LE   CORPS

 DE

marìe annonciade caroline bonaparte

nèe le 25 mars i783

MARIÉE   LE   20  JANVIER    180O

À

JOACHlN   NAPOLÉON   MURAT

ROI   DES   DEUX  SICILES

MORTE   À   FLORENCE

LE   18  MAI  1839.

 

Noi 1869 la Principessa Anna Murat Duchessa di Mauchy, figlia di Luciano Murat, fece restaurare la detta Cappella, alquanto abbandonata.

Gioacchino Murat nel 1883 manifestò il desiderio di far trasportare in Francia le ossa della Regina, per collocarli nella Cappella di fami­glia eretta al Pére Lachaise in Parigi.

Ma essendo in Italia la maggior parte dei parenti di Murat, forse costoro si sono opposti.

 

tutte liete della sua famiglia, e tenendo sempre vivo il sentimento della redenzione d’Italia in coloro che la circondavano, come culto perenne che rendeva alla memoria di suo   padre (i).

Con avvedimento prudente, ma con valore ge­neroso. Ella nel ’31, nel ’47, nel ’48 e nel ’59 cooperò efficacemente col Lovatelli, l’ardito cospira­tore delle Romagne, alla riscossa cittadina contro i despoti e lo straniero; e con pari energia perorò sem­pre presso Napoleone III, suo cugino, la causa del­l’unità d’Italia.

Fu suo costante pensiero il ricercare le spoglie dello sventurato genitore, per darne degna sepol­tura.

Nel 1874 il figlio di lei, Gioacchino Rasponi, allora Prefetto a Palermo, cominciò a fare pratiche per rinvenire in Pizzo le ossa del suo grande avo. Non

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(1) Amantissimo di libertà ed animo infiammato ai più alti ideali fu Achille Murat. Esule in Austria, poi libero cittadino della libera Ame­rica, prima di emigrare scrisse al generale Pepe una lettera, che può dirsi il suo testamento politico.

mancò in seguito d’interessarne il governo, ed il Depretis aveva dato le più ampie assicurazioni di appoggio  per le  ricerche.

Cooperatore instancabile della Principessa Luisa era il Comm. Giorgio Curcio di Pizzo, a cui scriveva nel 1886 l’altro figlio di Lei, conte Achille Rasponi:

« Accettò fin d’ora l’offerta cordiale della sua ospitalità, allorquando potrò mettere in esecuzione la idea « tanto da me vagheggiata del mio pelligrinaggio a  Pizzo ».

E nel 22-3-1886 scriveva pure al Curcio :

« Non le nascondo poi, che già da lungo tempo io sto pensando di fare un viaggio fino a Pizzo, onde rendermi conto de visu e sull’ esistenza dei resti mortali del Re Gioacchino e per prendere o  far prendere una risoluzione alla famiglia >>.

Ma le varie vicende degli eredi Murat, forse qualche ragione politica ancora, e la morte immatu­ra del compianto On. Curcio han fatto procrasti­nare tanto un dovere sì sacro.

ANNO 1889  MUORE LA PRINCIPESSA LUISA MURAT

Il 2 dicembre 1889 la Principessa Luisa mori­va in Ravenna nell’età di 84 anni, senza che avesse potuto sciogliere il sacro voto della Regina sua madre.

Ma Ella obbediente al desiderio materno, affine di tramandarlo ai suoi, fece erigere un piccolo mo­numento in bassorilievo nella chiesetta gentilizia della sua villa in Savignano di Romagna, sul quale il ce­lebre archeologo Bartolomeo Borghesi (1) dettò la seguente iscrizione latina, che dona gran pregio all’opera del Calassi (2).

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(1) Napoleone III fece stampare a tutte sue spese le opere rimaste insigni del valente archeologo Bartolomeo Borghesi. (2) Il detto monumentino scolpito dal Calassi ha in cima un meda­glione colle teste di Gioacchino e di Carolina, più giù un bassorilievo rappresentante un episodio delle guerre napoleoniche, dove primeggia la figura del Re Gioacchino; e poi la riportata iscrizione del Borghesi.

 

  1. P. Q.

JOACHIMO  UTR.  SICILIAE  REGI

ET CAROLINAE  REGINAK

NAPOLEONIS  MAGNI  IMP.   SORORI

ALOISIA,  JULI  RASPONI COM.  UXOR

MATERNIS  DESIDERI  OBSEQUKTA

CENATOPHIUM  FECIT

UT  MEMORIAM  PARENTUM  QUORUM  CINERES

CRUDELITATE  TEMPORUM  DISSOCIATE QUIESCUNT

IN  HOC  SALTEM  MONUMENTO  JUNGERETUR

PILIQ.  NEPOTESQ.  VIRTUTUM  AVITARUM

RECORDATIONEM  SAEPIUS  IN  OCULIS HABERENT.

Un monumento che s’innalzasse a suo padre fu il pensiero fisso e costante   della Principessa   Luisa.

Quando il Re Umberto nel 1884 ordinò che, nella tacciata principale della reggia di Napoli, fra le statue degli otto capi stipite delle dinastie che dominarono nel bel reame, sorgesse quella di Murat, la Principessa Luisa piena di emozione telegrafava a Re Umberto in Roma:

 

« Unica figlia superstite del Re Gioacchino Murat  ringrazio commossa Vostra Maestà per aver voluto  onorare il mio grande genitore decretandone la ” statua nella reggia di Napoli. Spettava al degno figlio di Vittorio Emanuele il vanto di perpetuare negli italiani la memoria di lui, che ai suoi tempi osò innalzare la bandiera dell’ Indipendenza  italiana.

 Gradisca Vostra Maestà l’espressione del mio animo riconoscente.

              Principessa Luisa Murat Contessa  Rasponi »

 

Ed il Re rispondevale:

« La ringrazio dell’espressioni rivolte, e sono lieto che Ella, unica figlia superstite del Re Gioacchino Murat, possa vedere onorata la memoria del valoroso e sventurato suo Genitore,

Umberto »

 

Cosi il vincitore di cento battaglie, dopo 70 anni del suo martirio, sorgeva per pensiero di un Re di faccia alla statua equestre del suo carnefice, e, per il genio di un artista, nel marziale portamento di chi non teme la morte per l’attestazione della sua fede.

Allora la Principessa Luisa provò la gioia più grande di sua vita, perchè vedeva realizzarsi uno dei suoi ideali.

 

 Ed il Conte Achille Rasponi scriveva al Curcio :

« Si figuri quale fu la sua emozione (della Principessa Luisa) il 5 giugno 1884, quando imparò che il suo voto era soddisfatto. Anche noi abbiamo sempre desiderato che un monumento sorgesse in Napoli…. ma io vagheggiava l’ideale di un monumento nazionale, e credo che a molti è mancato il coraggio di proporlo. Basta contentiamoci della statua fra le statue ».

***

*

 

 

 

ATTIVITA’ E LE INIZIATIVE DELL’ONOREVOLE GIORGIO CURCIO.

A glorificare Re Gioacchino in Pizzo, si era dato con opera indefessa il Comm. Giorgio Curcio.  Egli cultore profondo di ogni disciplina giuridica, statista insigne, storico valente e ricercatore minu­zioso, studiò prima Murat nei documenti degli ar­chivi di Stato in Napoli, per cui ebbe dal Governo le più ampie agevolazioni (1); e già la sua mente ideava di dare alla Storia uno studio su Murat.

 

(1)  L’on. Depretis, presidente del Consiglio dei Ministri, scriveva
all’On. Curcio nel 1886:

On.mo Signore

« Mi pregio significare alla S. V. Onorevolissima che, accogliendo  il suo desiderio, ho autorizzato il Sovrintendente agli Archivi Napoletani a darle comunicazione dei documenti di cui Ella ha d’uopo per i suoi studi intorno al Re Gioacchino Murat, e ad usarle in tali studi  tutte le maggiori agevolezze consentite dai regolamenti.

« Sono con particolare stima ed osservanza

 Roma, 10 aprile 1886.                          Dev.mo suo

                                                                  Depretis»

Le pratiche che il compianto On. Curcio face­va ancora, per ricercare i resti dello sventurato Re Gioacchino, giunsero per mezzo della Contessa Tattini, a conoscenza della Principessa Luisa Murat, la quale ebbe interesse di mettersi in carteggio con lui; e nel 1886 ella, stanca della vista ed affranta dagli anni, faceva scrivere al Curcio da suo figlio Achille:

« On. Sig. Deputato,

« Avevo già grandissimo desiderio di fare la di Lei personale conoscenza ed intrattenerla di un argomento che mi sta tanto a cuore, e del quale, da  una lettera di mia cugina la Contessa Tattini, io  so che Ella si occupa con tanto e si patriottico  interesse.

 E son ben lieto di cogliere intanto questo incontro per porgerle i ringraziamenti ben sentiti di mia madre, unica figlia superstite del martire di Pizzo, e per assicurare la S. V. che per parte sua e mia Ella avrà ogni appoggio, nell’ istesso modo che noi speriamo poter sempre contare sul  di Lei volenteroso concorso.

Ella vorrà scusarmi se sono entrato senza altro in materia, e desideroso di poter stringere con « la S. V. più frequenti rapporti di stima e reciproca amicizia, mi professo suo Devotissimo

                              A.Rasponi»

 

Difatti più intimi in seguito furono i loro rap­porti di amicizia, frequenti le visite e gli abbocca­menti tra loro a Ravenna, a Villa Rasponi in Savignano di Romagna, a Roma, continua fu la loro corrispondenza; onde il Curcio si avea in Achille Ra­sponi un grande cooperatore per le sue ricerche. E questi nel 30-3   1886 ebbe a scrivergli :

« Gentilissimo sig. Deputato,

« Non posso dirle come e quanto mi sia giunta gradita la sua del 25 corrente : Le avrei risposto a pronto corso di posta, se non avessi voluto prima raccogliere alcune lettere che le accludo, e delle quali le parlerò in questa mia.

Anzitutto mi preme di ringraziarla anche a nome di mia madre, commossa per le espressioni di devozione alla sua persona ed alla memoria di suo Padre.

« Io però non debbo tacerle che molti particolari della sua lettera non ho creduto di leggerli, perchè affranta dagli anni certe emozioni e certi ricordi cerco di evitarli.

« In ogni modo Ella può esser sicura che la gratitudine sua e la mia non le verranno meno per tutto ciò che Ella ha ed ha in animo di fare.

« Ella dice benissimo : è necessario che noi abbiamo assieme non uno, ma diversi abboccamenti.   E per parte   mia   tengo   l’impegno   di   avvertirla della mia   forse non   lontana   venuta a  Roma.

« Quanto alle idee generali ( direi così ) che  Ella mi espone io non potrei che approvarle, salvo a dichiararle meglio assieme, e salvo 1′ approvazione del capo attuale della famiglia Murat, il Principe Gioacchino.

« Le due quistioni principali che mi sembrano « emergere dalla sua lettera sono queste :

1° Ritrovare il corpo del Re Gioacchino.

2° Ritrovato   che sia   dove   collocarlo, o lo si vorrà trasportare altrove ?

 Quanto alla prima io ho pensato che, alle ricerche che Ella sta facendo, potrei venire in qualche soccorso lo stesso, mettendole sott’occhio un carteggio che il compianto mio fratello Gioacchino, allora Prefetto di Palermo, ebbe nel 1874 con certo Vincenzo Galati di Pizzo. (1)

«Troverà pure due lettere favoritemi da una signora Francese che dimorava a Napoli.

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(1) Presso la famiglia del fu Vincenzo Galati esiste l’autografo della narrazione scritta dal Canonico Masdea, Sono indicazioni vaghe, lo comprendo, ma vi sono dei nomi di persone che Ella essendo di quei paesi può ricercare ed interrogare.

«Quanto alla seconda questione, lo contesso ingenuamente, mi sembrerebbe precoce l’occuparcene find’ora.

«Sta in fatto che vi è questo desiderio espresso dalla Regina Carolina che cioè, le sue ossa fossero un giorno congiunte a quelle del Re. E fu anzi in obbedienza a questo voto materno che mia madre nella nostra Villa di Savignano di Romagna, in una piccola chiesina gentilizia della nostra  famiglia, fece mettere un piccolo monumentino in bassorilievo.

« Ella dunque vede che il voto esiste, ma sull’attuazione del

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 sulla fine di Murat, di cui egli fù il confessore ed assistette alla fucilazione. Benché detto manoscritto fosse serbato gelosamente dai signori Galati, oramai divenne a tutti noto, per la pubblicazione che ne tace il Prof. Giacinto Romano di una copia che si ebbe dal Prof. Filippo Pignatari,

Il Conte Gioacchino Rasponi Prefetto a Palermo nel 1874 tenne un carteggio col Galati, cercando di acquistare il manoscritto, credendolo un autografo del Re Gioacchino,

 

medesimo non sta a me il pronunciarmi in questo momento specialmente. Ella può però far sicuro affidamento sulla mia migliore volontà per aiutare e trovare un espediente di comune soddisfazione, se e quando sarà tempo di parlarne.

« Con sincera stima e con quella amicizia che le chiedo e che spero mi accorderà mi professo, tutto   suo

  1. Rasponi ».

 

Le sollecitudini del Rasponi poi non mancaro­no di mettere in relazione il Principe Gioacchino Murat col Curcio, affinchè costui maggiormente riu­scisse al suo intento.

Ed il  10 – 1 – 1888  gli scriveva.

« Caro Commendatore,

……………………………………………………………

« Credo ben fatto di prevenirla che a giorni sarà in Napoli il Principe Gioacchino Murat, la di  cui figlia ha sposato il Principe di Torella.

 Egli è il capo della famiglia Murat, perchè il primogenito [maschio] di Luciano, figlio di Gioacchino.

Io crederei opportuno che Ella non si lasciasse sfuggire questa occasione, per farne la conoscenza ed anche esporle le sue idee ».

Ed in casa Torella il Curcio conobbe di fatto il Principe Gioacchino Murat, il quale serbò sempre di lui il più grato ricordo.

 

***

 IL 24 APRILE DEL 1889 GIUNGE IL GRANDE MOMENTO DELLA APERTURA DELLA  FOSSA.

 Il voto della Regina Carolina, cioè che le sue ossa fossero un giorno riunite con quelle del Re Gioacchino, disgiunte per l’avversità dei tempi, non tu dimenticato dalla famiglia Murat.

Dopo 84 anni essa potè adempiere ad un si pie­toso pensiero, cercando di rinvenire nella Chiesa di S. Giorgio gli avanzi del Re. Ed a tale uopo da Fi­renze, da Ferrara e da Ravenna si mossero in pellegrinaggio per Pizzo la Contessa Letizia Rasponi fi­glia della Principessa Luisa Murat, Ton. Conte Giu­lio Rasponi deputato di Ravenna, il Conte Ercole Mosti-Estense, per dar degno riposo in onorato se­polcreto, ai resti dell’illustre loro avo.

La tradizione più costante afferma che il Re Gioacchino ebbe sepoltura, se non decente al suo alto grado, riserbata però in una tomba comunale pub­blica, ove oltre di un certo Cimmina, uomo plebeo, non fu seppellito più alcuno.

È un fatto che a soli quattro soldati si die­de l’incarico di seppellire segretamente il Re Murat; ed il popolo vi tu tenuto   lontano   (1). 

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(1) Varie sono le versioni sulla tomba di Murat. Molti vecchi del paese dicono che Murat ebbe sepoltura nella fossa a destra presso la Cappella reale.

Altri affermano che in quella sotto la pila dell’acqua benedetta.

La tradizione più costante invece attesta che Murat venne sepolto nella terza fossa ch’è nel centro della Chiesa, e che comunica, come un gran sotterraneo, con le altre due che la precedono. Quivi si vuole, che pria del Murat, era stato seppellito soltanto un certo Cimmina, e d’allora in poi questa fossa non fu schiusa ad alcuno Però il fatto di averla trovata piena di cadaveri scalcia con 1′ ultima versione, poiché quel cumolo di ossame comprova che detta sepoltura non venne rispet­tata. É noto, che nel colera del 1837 a centinaia si gittarono in essa i colerosi, e fin d’allora le tre lapidi s’impiombarono. So il Condoleo, come scrisse, nella sua narrazione, fu veramente testinione al seppellimento, che avvenne nella comune e pubblica sepoU tura^ ch’è appunto quella (?el centro, perchè non si lamentò mai, egli che visse fino al 1892, quando le ossa del valoroso Re vennero contusi con centinaia di colerosi? Se ebbe cura di narrare tutti gli avvenimenti di Murat svoltisi a Pizzo, come è che trascurò un fatto di sì grave im­portanza ? Noi, pur prestando fede al Condoleo, dobbiamo conchiudere che s’ignora la tomba di Murat.

 

Poiché   in quei giorni dell’ ottobre del 1815, mentre Gioac­chino prigioniero doveva essere passato per le armi, quel popolo, che pria al suo invito si mostrò in­differente, poco dopo, venuto in resipiscenza, piange­va la misera sorte del povero Re, che anni prima, per ben due volte, lo vide nello splendore della sua maestà, e con entusiasmo lo salutò suo munificente sovrano. (1)  Ma il 24 aprile 1899 deluse le più grandi aspet­tative e della famiglia e dell’intera cittadinanza di Pizzo; poiché la lapide del leggendario sepolcro schiu­se alla vista dei parenti e degli astanti un enorme cumulo di ossame informe, che rese impossibile e difficile continuare la pietosa ricerca. A tale spettaco­lo, l’orrore invase tutti: un grido d’ indignazione contro il Borbone sì elevò dall’intero paese, il qua­le, con quell’entusiasmo pieno di vita che erompe sublime dal cuore calabrese, preparava un trionfo al primo martire dell’indipendenza italiana. Fu presente alle ricerche la nobile dama Con­tessa Letizia Rasponi. (2) Ella maestosa dal portamento, graziosissima ed oltremodo gentile, in quel mo­mento

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(1) Murat quando venne a Pizzo fece delle largizioni per continuare il   riattamento della Chiesa di S. Giorgio.

(2) Furono presenti alle ricerche nella Chiesa di S. Giorgio — i rap­presentanti della famiglia Murat, cioè la Contessa Letizia Rasponi, l’on. Giulio Rasponi, il Conte Ercole Mosti-Estense.

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Presero parte ancora la marchesa Donna Caterina Gagliardi, la Contessa Ester Gagliardi, la mar­chesa di Francia, il Marchese Francesco Gagliardi ed il Conte Domenico, il marchese Diego di Francia, l’on. De Cesare, il Conte Capialbi, il Cav.  Alcalà, il Sindaco e la Giunta di Pizzo, il sottoprefetto di Monteleone, i corrispondenti della stampa. Per la parte sanitaria ebbe la direzione l’UfF. sanitario Dott. Vacatello, e per la parte tecnica l’ingegnere Giancotta.

 

 

era compresa nel suo dolore, nella lotta in­tima tra il contrasto di tanti affetti, di tanti senti­menti, di tante emozioni. Ella grave su quella tomba, ove 1′ ombra funerea dominava tutto, aveva negli occhi e nel sorriso un’ espressione di an­goscia profonda e rassegnata; e stette immota per sei ore continue su quel sepolcro, in cui il mistero av­volgeva contusi fra migliaia di avanzi umani quelli del Re suo avo.

Non è la prima volta che le indagini del sepol­cro offrono simili disinganni.

Però una nuova pagina d’infamia si apre nella storia per quel Governo, che non a torto fu detto la negazione di Dio, e che per tanti anni insozzò con le sue nequizie il più bel paese del mondo. Pa­gina che maggiormente documenterà nella storia a quanto può giungere la sete di vendetta di un so­spettoso tiranno.

Il Borbone, agitato dal fantasma di Murar, che sel vedeva sempre minaccioso per rovesciarlo dal trono; egli, scosso dal panico che i murattisti po­tessero fare del cadavere di Gioacchino una ara, per sorgere un giorno ultori a turbargli i sonni del potere, se non fu spinto all’efferatezza di chiedere che alla sua presenza fosse portata la testa di Gioacchino, come si cerca affermare, certamente volle che il ca­davere di lui venisse confuso con mille altri, in modo che delle sue ceneri nemmeno si serbassero le tracce.

Come a Parigi la Rivoluzione gittò il corpo decapitato del Borbone in un avello comune in San Dionigi, cosi, dopo venti anni, il Borbone gittava a Pizzo, in un carnaio di S. Giorgio, il corpo fucila­to di uno dei più grandi figli di quella stessa Rivo­luzione. Terribile riscontro delle vicende umane.

Nella spaventevole promiscuità degli avanzi di migliaia di miseri e di colerosi, giaceranno dunque per sempre le ossa di Murar, senza che gentilizio sarcofago li raccolga, per tener viva nell’animo dei parenti la religione dell’affetto.

Invano dopo 84 anni s’interrogò la leggenda: nel regno della morte siede sovrano il silenzio: altro non s’inviene che pulvis et umbra. Di Tebe e di Menfi, di Palmira e di Persepoli, delle grandi metropoli dell’ubertosa Mesopotamia, ora non avanza altro che enormi cumoli di rovine. Quelle montagne di ma­cerie, avvolte nella quiete degli aridi deserti, addi­tano un mondo avviluppato nell’ombra, una potenza impenetrabile, cinta dai simboli della morte.

Della loro grandezza non rimane più traccia; ma il ricordo della potenza delle loro scomparse civiltà vivrà sempre nella Storia. Volgendo lo sguardo all’ umanità nella successione dei secoli, chiaro scorgesi che ogni cosa suole avere il suo tempo, e per­correre quella parabola cui essa è destinata; compiu­ta la quale, o ruina e si perde per sempre nel mare dell’oblio, o rimane nella storia come monumento pei tempi avveniri.

Si scrisse che Murat passò come una meteora luminosa tra gli eroi ed i Re: ed è vero. Surto con la Rivoluzione, giunse con essa all’apogeo della glo­ria, e con essa poi declinò a triste tramonto. Semi­narista a Tolone, guardia costituzionale di Luigi XVI, Deputato al Corpo Legislativo del Collegio di Lot, Governatore di Parigi, Maresciallo, Principe, Grande Ammiraglio, grand’Aquila della Legion d’ Onore, Collare dell’Aquila Nera di Prussia, Gran Duca di Berg, sedè potente sul plinto di Re in Napoli, e cadde poi con quella stessa Rivoluzione, fucilato nel Castello di Pizzo, senza che si sfrondassero gli allori di cento battaglie, di cui onoratamente si avea cinta la fronte.

Egli nato per la gloria, finì per passare alla sto­ria, nella quale, senza che mai l’oblìo vi stenda le sue ali, perdura la vita degli uomini illustri : ove le loro figure grandeggiano più maestose e splendide : ove il loro pensiero, i loro ideali si eternizzano.

All’ombra dell’annerito Castello, Pizzo s’ispirò sempre ad ogni nobile sentimento patrio: e sacrando la vita e le sostanze dei suoi concittadini per lavare l’onta del 1815: e disprezzando quei privilegi, che evocavano un triste ricordo e la memoria della caduta signoria.

I  concittadini di Benedetto Musolino, di Giu­seppe Bardari e di Giorgio Curcio accolsero con giubilo l’annunzio ch’era venuto il giorno per redimere dalla putredine le ossa di Murat; e tutti pieni
di gioia nutrivano la speranza di onorare con la
maggior pompa il martire dell’indipendenza italiana.

TI paese preparava l’apoteosi di quegli avanzi reali, e grande fu il suo rammarico di non aver po­tuto soddisfare ad un voto sì potente dell’animo suo.

II Municipio di Pizzo, benché distratto per molto tempo da grave cure amministrative, fu però sempre riverente alla memoria di Murat. Esso propugnò a far dichiarare il castello monumento nazionale : sostenne giudizi per liberarlo d’alcune concessioni : apri in quei locali scuole per educare i gio­vani all’eroismo ed allo spirito di quel vero amor patrio, che ivi alita mestamente sovrano.

Il Municipio, interpretando il desiderio generale della cittadinanza, decretò due lapide commemorative, una nel Castello, l’altra nella Chiesa di S. Giorgio, e deliberò inoltre che si mettesse un quadro del Mu­rat nella sala del Consiglio; riserbandosi a miglior tempo di sciogliere il voto di un monumento, il quale maestosamente sorgesse nella gran piazza, ove si apre uno dei più splendidi panorami del mondo.

 La cittadinanza, con ogni attestato di stima e di simpatia, rese oltremodo gradita la breve di­mora in Pizzo dei signori Rasponi, signorilmente ospitati dalla nobile Marchesa Donna Caterina Ga­gliardi in quel suo palazzo, antica sede della corte feudale, che sta di rimpetto alla mura del Castello, ove fu rinchiuso nei primi giorni il Re Murat.

Gli illustri ospiti, restarono commossi del grande interesse spiegato dalla cittadinanza di Pizzo, la quale gareggiava in entusiasmo a codiuvarli nelle pietose ricerche. La Contessa Letizia Rasponi, prima di par­tire, dirigeva al sindaco di Pizzo la seguente lettera squisitamente signorile.

 

Pizzo, 26 aprile 1899.

 Gentilissimo sig. Sindaco,

« Le sono molto riconoscente per la gentile accoglienza e pel grande interessamento da V. S., dalla Giunta e dalla popolazione di questa città di  mostratoci nella circostanza della poco fortunata ricerca dei preziosi resti del re Gioacchino.

« Porgendo alla S. V. i miei più vivi ringraziamenti, la prego, sig. Sindaco, di farsi interprete  dei miei sentimenti di riconoscenza verso la Giunta  e verso   la popolazione.

« Mi creda con osservanza

Obb:ma Letizia Rasponi »

 

 

A questo gentile pensiero il Sindaco Cav. Uff. Angelieri cortesemente rispose :

« Distintissima Signora Contessa,

« A questa rappresentanza municipale ho comunicato la sua gentilissima lettera, ed ora, interprete dei sentimenti di questa popolazione, ho il debito di esternare alla S. V. Ill.ma i più vivi e sentiti ringraziamenti, per le manifestazioni cortesi che Ella ha fatto, per cui le siamo oltremodo gratissimi. In noi era vivissimo il desiderio di trovare gli avanzi preziosi del Re Murat : sarebbe stata una festa nazionale, perchè non avrebbero potuto mai trasandarsi i più grandi onori a colui, che nel 1815 aveva concepito l’indipendenza e l’unità  Italica, e rimase vittima del suo grande ideale.

« Resta a noi il dovere di rimandare ai posteri il nostro affetto per lo sventurato Re.

« Con sensi di profonda devozione

                                                            Il Sindaco Angelieri »

Parimente il Conte Giulio Rasponi ringraziava la cittadinanza di Pizzo con la presente lettera :

 

Pizzo, 26 aprile 1899.

Signor Sindaco,

« Prima di lasciare questa città, dove mi sono state prodigate, durante il breve soggiorno che vi  ho fatto, numerose e cosi spontanee prove di simpatia, tengo ad esprimere alla S. V. ed all’onorevele rappresentanza comunale i sensi della mia profonda gratitudine per l’accoglienza ricevuta.

«L’unanime concorso della cittadinanza, che a noi si è unita con tanto sentimento nelle ricerche iniziate allo scopo di ritrovare i resti mortali dello sventurato nostro Avo, ci ha provato quanto questa popolazione ne conserva vivo il ricordo, mentre noi, dei dolorosi avvenimenti che qui si svolsero, e che vanno attribuiti alle circostanze storiche di quell’epoca travagliata, non sapremo ritenere che il ricordo della devozione e dell’affetto che a traverso tante e cosi variate vicende la popolazione di Pizzo continua a nutrire per la memoria di Gioacchino   Murat.

«Nel pregarla di farsi interprete di questi nostri
sentimenti, colgo l’occasione, sig. Sindaco, di esprimerle i sensi della mia riconoscente e speciale considerazione,                             di Lei dev:mo

                                                                      Giulio Rasponi»

 

Il Sindaco Angelieri in pari data scrivevagli di risposta :

« Ill.mo Signor  Conte,

« Ho comunicato alla Giunta Comunale la lettera che la S. V. ha avuto la cortesia di dirigermi.

« In riscontro piacciale gradire i sensi vivissimi di ringraziamento, che, qual rappresentante di questa cittadinanza e personalmente, mi è grato presentare alla S. V., che volle avere parole generose ed altissime per il nostro paese.

« Con la accoglienza che abbiamo fatto agl’illustri congiunti del grande e sventurato Re, vittima  di un elevato ideale, e l’aiuto loro prestato alla ricerca degli avanzi preziosi di Lui, avemmo in animo di mostrare che l’eccesso deplorevole del 1815 fu  l’effetto, più che di maturato proposito, della sconsigliatezza momentanea di pochi.

«La S. V. si è degnata valutare quanto sia ancora vivo ed affettuoso il ricordo di Gioacchino Murat in questa popolazione, ed io sono orgoglioso di confermarlo, dispiacente solo, perchè la infruttuosità di quelle ricerche, abbia a noi tolto la occasione di rendere alla memoria di Lui quegli onori, che la sua fine sventurata e pietosa c’ imponeva di tributargli.

«Questo Consiglio avrà l’obbligo imprescindibile di deliberare in modo, che resti un ricordo perenne, che attesti ai nostri posteri la grandezza di quel Re.

« Con questi sentimenti, che sono l’eco dell’universale pensiero dei miei concittadini, accolga la S. V. gli attestati della mia devozione     

                                                                     Di Lei sempre 

                                                                 Sindaco Angelieri 

 

Rileviamo l’importanza della lettera del Conte Rasponi, poiché, mentre la maggior parte degli sto­riografi, con poco spirito di esame e con molta pas­sione partigiana, han registrato l’episodio della sto­rica giornata del 13 ott. 1815, e perfino il Lenormant giunse a scrivere che, le souvenir de cette tragedie sanglante plane sur le Pizzo et le remplit tout entier, (1) essa invece, dopo 84 anni, mette a posto ogni re­sponsabilità; e sorge, per la prima volta da Casa Murat, come una voce leale e franca, la quale di­chiara apertamente, che i dolorosi avvenimenti che si sono svolti a Pizzo, vanno attribuiti alle circostanze storiche di quell’epoca travagliata.

 

 

 

 

 

 

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  • Lenormant – La Grande Gréce • ‘Paysages et Histoire ■ Le Ca­labre Le Pizzo. Tome III – Paris – 1884.

Per la storia di Pizzo questa lettera è un pre­zioso documento; da essa emana tanta luce veridica da snebbiare quella pagina cittadina, in cui tutt’altro ri­scontrasi, meno che il senso equanime dello storico.

***

Dopo le infruttuose ricerche nella Chiesa di San Giorgio in Pizzo, la famiglia Murat e le autorità pre­senti redassero un verbale, che qui in nota riportia­mo. (1)

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(1) Dal segretario dei Municipio, d’ordine dell’ottimo e cortese sindaco di Pizzo, cav. Angelieri, venne redatto in carta da bollo un verbale, che fu sottoscritto dai parenti, dalle autorità, e da parecchi di   coloro, che assistettero alle ricerche. Il verbale rimane in deposito nell’archivio del Comune. I parenti ne portano con sé copie autentiche, per i propri! archivii. Ecco il verbale, il quale, benché negativo, non lascia di avere importanza storica :

« L’anno milleottocentonovantanove, il giorno ventiquattro del mese di aprile in Pizzo, nella Chiesa matrice sotto il titolo di S. Gior­gio Martire;

<c A seguito di parere favorevole del Consiglio sanitario provinciale in data io settembre 1898, che autorizzava l’esumazione dei resti mortali del Re Gioacchino Murat fucilato il 13 ottobre 1815   nel  Castello  di Pizzo e seppellito in una delle fosse comuni della detta chiesa  di   San Giorgio, i parenti contessa Letizia Rasponi,   conte  Giulio  Rasponi  e conte Ercole-Estense Mosti, in rappresentanza anche   di   altri   parenti, d’accordo con l’autorità municipale di Pizzo, nelle persone del   sindaco cav. Angelieri Pasquale ed assessori Assisi Giorgio, Mele Giuseppe, Ven­tura Francesco e Marcello Giovanni; e con l’intervento del sottoprefet­to di Monteleone cav. Craveri, hanno proceduto alla presenza dei   sot­toscritti testimoni, ed osservate tutte le prescrizioni sancite dal  regola­mento mortuario, nonché le altre dettate dall’uflìziale sanitario,  inter­venuto a garentire l’igiene pubblica, allo scoprimento della lapide, che per comune tradizionale consenso, era indicata come quella nella  quale fu raccolto il cadavere del Re Gioacchino Murat. E dopo debitamente areata la sepoltura scoperta, sì é disceso nella stessa, e si è verificato la esistenza di un cumolo straordinario di ossami confusi, in mezzo ai quali appariva qualche cassa portante tutte le apparenze di essere bene conservate. « Ed isolate, volta per volta le dette casse, si é trovato che il le­gname era tutto fradicio, e le ossa contenute in alcune non presentavano nessun segno capace di identificare il cadavere del detto Re.

 « Che anzi, man mano che più si approfondiva la ricerca, maggiore riusciva la difficoltà della identificazione.

« Secondando alle versioni locali, si estesero con lo stesso metodo tenuto per la prima, le ricerche ad altre sepolture della stessa chiesa, le quali similmente presentarono le medesime difficoltà e segni non dub­bi  che i cadaveri in esse raccolti appartenevano al tempo dell’epidemia colerosa, che fece cosi numerose vittime in Pizzo, nel 1837, cioè in epo­ca di molto posteriore alla fucilazione del ripetuto Re Gioacchino Murat.

 « Le operazioni, incominciate all’una p. m., si protrassero, senza interruzione, fino alle sei p. m. dello stesso giorno, senza presentare as­solutamente alcuna speranza che, proseguendosi, sarebbero divenuti più probabili i segni di riconoscimento, ed identificazione dello scheletro; ed in conseguenza alle ore sei pomeridiane i parenti intervenuti convenne­ro sull’opportunità di sospendere le operazioni di ricerca.

« Di quanto precede si è da me segretario comunale redatto il pre­sente processo verbale, che, letto e confermato, viene sottoscrito da tutti gl’intervenuti :

Firmati : contessa Letizia Rasponi- — conte Giulio Raspolli deputato al Parlamento — conte Ercole Mosti Estense — cav. Pasquale Angelieri, sindaco di Pizzo — Assisi Giorgio — Mele Giuseppe — Ventura Fran­cesco — Marcello Giovanni, assessori componenti la Giunta comunale di Pizzo — marchesa Caterina Gagliardi — marchesa Ester Gagliardi di Francia — marchesa di Santa Caterina di Francia — cav. Craveri, sot­toprefetto del circondario di Monteleone — Raffaele de Cesare, deputato al Parlamento — conte Ettore Capialbi, archivista provinciale — marchese Francesco Gagliardi, e cav, Domenico Gagliardi, consiglieri provinciali — Marchese ‘Diego di Francia — cav. Pasquale Vacatello, uffiziale sanitario — Gabriele Giancotti, ingegnere provinciale — R. Paladino segretario comu­nale di Pizzo. »

Esso riassume il lavoro di esplorazione del sepolcro, che a nostro avviso tu eseguito con   poco criterio direttivo.

Si volle credere ad una versione popolare, cioè che Murat fu sepolto nella terza fossa ch’è nel centro della Chiesa, sol perchè essa è vagamente affermata dal Condoleo.(1)

Quando si trovò la tradizione fallace, avendo la fossa schiuso alla vista di tutti, non gli avanzi di uno o due cadaveri, cioè quelli di Cimmina e di Murat,   ma   un   cumulo   enorme   di   ossame. Riuscita così vana ogni ricerca, potevasi esplorare quell’altra fossa, presso la Cappella reale, in cui una voce pur costante vuole che il Re Murat venne seppellito.

A questo consiglio non si addivenne; cosicché non furon diradate le tenebre del sepolcro, e rimase sovrano il dubbio.

Né la polemica, agitatasi sulle infruttuose ricer­che, contribuì in alcun modo a colmare qualche la­cuna e ad eliminare quanto di fantastico ha il dolo­roso dramma del 13 ottobre. Anzi il Misasi,

 

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(1) Masdea — nel suo autografo dice : Raccolse le sue ceneri (di Murat) quella chiesa da lui beneficata — Alla fine del manoscritto si legge di altro carattere : È stato sepolto nella sepoltura che si entra dalla porta grande.

 

con la sua fantasia da valente ed insigne novelliere, dalle sponde del Busento lancia alla pubblicità una leg­genda, che avvolge maggiormente nel mistero e nell’ombra la fine dello sventurato  Re.

Nella storia Murat appare veramente come una figura leggendaria, cavaliere senza paura, al cenno del suo magico frustino la sua cavalleria caricava i nemici sbaragliandoli, distruggendoli con la velocità del ful­mine; egli, come aquila sublime si librò sopra ali infaticabili nei campi immensi della gloria, strappò alla vittoria tutti gli allori, e cadde da invitto quale visse. Di questa eccelsa figura, il Misasi non vuole per tomba un carnaio di S. Giorgio, ma vuole il mare.

Gentile pensiero della mente di poeta. Pari alla grandezza di Murat l’immensità del mare soltanto sarebbe stata degna sepoltura, è vero; la maestà delle onde avrebbero dovuto strappare alla putredine ed impossessarsi di quella potenza, che impavida affrontò la morte in cento battaglie, di quella potenza, che con la forza del turbine si era sparsa sul mondo in­tero. Il mare, il mare adunque, avrebbe dovuto avere questo caro retaggio, ma sventuratamente non fu così; e l’illustre Professore si domanda se è leggenda o storia !

* *

Questa grandiosa figura di Cavaliere e di Re non è compresa ancora dal nostro patriottismo uffi­ciale.

Mentre una commemorazione si succede all’al­tra, ed ogni giorno si aumenta la selva dei monu­menti nazionali, in modo che l’Italia, dalle Alpi al Lilibeo, pare una necropoli, per lo sventurato Murat tace ogni rimembranza.

Se le commemorazioni si credono necessarie, specialmente per rendere più facile la nozione dei fatti storici per l’educazione politica di un popolo, quale alto ideale di vero patriottismo non ispira Gioac­chino Murat, questo straniero, che sentì da italiano la redenzione d’Italia ?

Oggi nella  ruina di tutti gli ideali, oggi   che   la vita sociale moderna si sente agitata da un malore incognito, la cui manifestazione è l’apatia, l’indiffe­renza, il vuoto, si prova il bisogno di evocare le grandi figure nazionali, che sono il vero sangue vi­tale del paese: essi si elevano come fari luminosi del progresso umano : fari che splendono dalle sommità delle alture, e la luce del loro spirito, irradiando a sé d’intorno tutta l’atmosfera morale, si espande con­tinuamente sempre benefica sopra tutte le generazioni che si succedono.

Ristaurare l’uomo fisico, rigenerare l’uomo mo­rale è il motto non solo della medicina, ma della pedagogia, non solo della storia, ma dell’arte. Il nostro spirito, nella sua perenne irrequietezza, si sforza di assurgere in un aere migliore, va in cer­ca di un ideale a cui ispirarsi, per rialzare le forze, ricostituire la fibra, ritemprare il carattere. Onde la nota caratteristica del secolo è la mania infrenabile delle onoranze. Se lo strano entusiasmo piazzaiuolo dell’ora presente giunge perfino a strappare all’oblìo non lieti ricordi storici : se dobbiamo essere affetti da questa flogosi festaiola, oramai divenuta cronica; perchè allora non commemorare Murai ?

Forse egli non fa parte di quella plejadi di patrioti, che impressero la loro mente sul proprio tempo, e contrassegnarono l’epoche della vita nazio­nale ? Murat, non solo è una figura sublime dell’ epopea napoleonica, ma lascia ancora di sé nella   storia orma immortale, quale Re glorioso, scrisse di Lui il Colletta : « Grande nell’ avversità, tollerandone « il peso ; non grande nella fortuna, perchè intemperato ed audace. Desideri di Re, mente da soldato, cuore d’amico. Decorosa persona, grato aspetto, mondizie troppe, e più nei campi che nella reggia. Perciò vita varia, per virtù e per fortuna, morte misera, animosa, compianta ».

Araldo della libertà, egli fu il primo dei prin­cipi, che affermò il diritto del popolo italiano, col memorabile proclama di Rimini, redatto da quel pa­triota, che fu il generoso ed intrepido Pellegrino Rossi, il quale dopo 33 anni cadeva sotto il pugnale del sicario.

Nella dolorosa tragedia di Pizzo, Murat è col­pito, scrisse il Lenormant, comme le représentant de la société moderne en face de l’ancien regime (1).

Or che le sue ceneri non potranno veder più la luce, almeno non le oscuri la notte dell’oblio. All’Italia, divenuta una – libera, incombe da lunga pezza il dovere di rendere un omaggio solenne al generoso Murat, che cementò col suo sangue le ba­si dell’indipendenza nazionale. Da 39 anni i suoi ma­ni attendono invano nel carnaio di S. Giorgio que­sto tributo.

Le forme del nostro patriottismo ufficioso, ben disse Giulio Fioretti, [2 e del radicalismo piazzaiuo­lo ci rendono inaccessibili a ricordanze di questo genere – Forse il ridestarne il ricordo è opera vana, perchè il tempo nostro è troppo meschino per que­sta figura grandiosa.

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(1) Lenormant –  La grande Grece – Paysages et Histoire  La Calabre ecc. Paris ■ 1884

(2) Fioretti : Perché non commemoriamo Murat ( 22 sett. 1899). ( Il Mattino)

 

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