Nella Chiesa di San Giorgio vi sono 11 fosse mortuarie in ognuna delle quali avrebbe potuto trovare sepoltura il re Gioacchino Murat. In quale di questa sia stato sepolto non è dato sapere ne tanto meno risulta da nessun documento ufficiale. Il Libro dei morti della Chiesa di San Giorgio nel mentre riporta l’annotazione della sepoltura nulla dice in merito alla fossa destinata ad accoglierla. Lo stesso dicasi per i Registri di stato civile presso il Comune di Pizzo. Certo che la sepoltura è avvenuta nel più assoluto segreto alla presenza di soli 4 soldati borbonici che a quanto sembra hanno saputo tenerlo molto bene. Tutte le testimonianza lasciate dai contemporanei di Re Gioacchino dicono solo che è stato sepolto a San Giorgio, nessuno dice in quale fossa. Solo successivamente la tradizione popolare ha incominciato ad indicare ai visitatori stranieri la terza fossa quale luogo di sepoltura. Esiste in fondo alla navata sinistra la dodicesima fossa senza che sia stata individuata da alcun numero. Si tratta della Cappella del Cristo Redentore individuata con il numero 17. Noi abbiamo esplorato di persona le botole 1,2,3 e quella della Cappella n. 17. Quest’ultima è risultata essere stata riempita dei materiali di risulta dopo i lavori di rinnovo della pavimentazione della Chiesa del 1976. Le botole 1,2,3 costituiscono l’accesso ad un unico ambiente lungo circa 10 metri e largo circa 5 metri mentre l’altezza l’abbiamo stimata di circa 6 metri. Questo ambiente fino ad un’altezza pari a circa la metà è ricolmo dei resti delle centinaia di persone che fino al 1837 ivi hanno trovato sepoltura. Per cui l’unica cosa che siamo riusciti a fare è solo una ricognizione non solo visiva ma anche video fotografica di questi ambienti. Non abbiamo toccato o spostato niente, ne tanto meno fatto nessun tipo di scavo o ricerca. Non abbiamo speso nulla dei pochi fondi che il Comune di Pizzo aveva stanziato per la ricerca perchè nessuno dei partecipanti (comprese le Ditte che hanno fornito i necessari materiali) ha mai inteso chiedere alcun tipo di compenso. Tutto su base assolutamente gratuita e volontaristica. Poi sono intervenute contestazioni di vario genere, del tutto inopportune e prive di ogni fondamento da parte di alcuni personaggi di Pizzo, avanzando polemiche sui giornali addirittura contro il Vescovo ed il Parroco di San Giorgio per non parlare di quelle contro il Sindaco di Pizzo. Fatto sta che per superare le difficoltà incontrate, mentre sarebbe stato necessario un grande sostegno da parte dell’opinione pubblica e di tutta la Città, al suo posto sono emerse solo critiche e contestazioni. Certo la Chiesa vuole la pace e non la guerra per cui la benevolenza verso l’iniziativa ha incominciato a raffreddarsi. Ci è stato concesso, come ultimo tentativo, di aprire anche la botola 17 a condizione che la ricerca fosse finita li. Purtroppo anche la botola 17 ha dato esito negativo e la ricerca si è fermata. A completare il quadro si sono messi pure i Murat francesi che a Parigi mi hanno consigliato di non proseguire nelle ricerche.

 


 
 

1-2-3.  Botole in marmo della fossa comune. Nella n. 3 è stato tumulato il corpo di Gioacchino Murat, nel 1815.

 

4

 

Tomba dei preti della chiesa

 
 

 

Tomba della famiglia Melicrinis
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5-6-8-9-10

 

Tombe gentilizie appartenenti alle famiglie: Masdea, Tranquillo, Camarda, Bardari, Tassone e ai religiosi dell’Ordine di San Diego.

 
 

Tomba della famiglia Pacenza 
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Cristo dolens, scolpito in legno (sec. XVIII)
Angeli Oranti – olio su tela di Zimatore e Grillo (inizio sec. XX)

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S. Antonio da Padova, scultura in marmo venato, raffigurante il  Santo che porta in braccio il Bambinello. Apparteneva all’antico convento di S. Antonio esistente in Pizzo distrutto dal terremoto del 1783.
L’opera del cinquecento avanzato è da attribuirsi ad uno dei Gagini.
Santa Barbara – di Alfonso Barone, artista del luogo (inizio XX sec.)

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Madonna del Popolo – scultura a tutto tondo in marmo bianco venato (sec. XVI). Proviene dall’antico convento di S. Antonio da Padova, è da attribuirsi ai Gagini.
L’Annunciazione – Olio su tela di m 2,10 x 1,20 del sec. XVII di autore ignoto.
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La Salvatrice – olio su tela di m 3,30 x 2,45, dipinta da Michele Foggia datata dal 1832.
L’opera fu regalata alla città di Pizzo da Ferdinando IV di Borbone per premiarla dell’avvenuta cattura di Gioacchino Murat.
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Altare Maggiore in marmo policromo (1817 di fattura messinese), collegato con le pareti absidali tramite due arcate in muratura sulle cui volute vi sono due angeli rivolti verso il centro.
Dietro vi è un antico tabernacolo in marmo bianco di m 0,90 x 0,60 x 0,25 datato 1547 di autore ignoto e risalente alla chiesa originaria. L’abside presenta due dipinti di Grillo e Zimatore, valenti pittori locali molto apprezzati. Quello dietro l’altare riproduce S. Giorgio a cavallo (1923) mentre in alto vi è dipinta l’ultima cena (1925).
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Cristo in gloria – olio su tela di m 3 x 2, dipinto nel 1833 da Brunetto Aloi, pittore vibonese allievo di Paparo.
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S. Giovanni Battista – scultura a tutto tondo in bianco venato, attribuita a Piero
Bernini. Di ottima fattura è stata scolpita probabilmente a fine sec. XVI. Proviene dal Monastero di S. Agostino distrutto nel 1783.
Il miracolo di  S. Nicola di Bari – olio su tela (m 2×1 25) di Diego Grillo (1920)
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San Francesco d’Assisi – scultura in marmo bianco venato del sec. XVII di autore ignoto. Proviene dal convento di S. Antonio.
La Madonna di Pompei – olio su tela di m 1,30×2 di Alfonso Barone, mentre i medaglioni del Rosario sono di Zimatore.
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S. Caterina d’Alessandria – scultura a tutto tondo in marmo bianco venato di M. Carlo Canale del sec. XVI. Proviene dal Monastero di S. Agostino.
S. Francesco di Paola – olio su tela di m. 1,95×0,99 di autore ignoto datata 1717.

20.

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