I Figliuoli della Giovine Italia

fonti:

L. Settembrini le Ricordanze

B. Musolino La situazione, 1879

Peceuzio: Il Sud e l’Unità (pag. 78-82)

G. Berti: Studi storici 1960

La setta dei Figliuoli della Giovane Italia fondata e diretta da Benedetto Musolino fu senza dubbio la più importante organizzazione neocarbonica dell’Italia (Berti, Studi storici,1960), quanto meno nel periodo tra il 1832 e il 1839, data in cui il fondatore venne arrestato. Che, peraltro, si sia trattato di una organizzazione del tutto distinta rispetto alla Giovane Italia mazziniana è un dato che nella storiografia risulta affermato già negli studi del Paladino (1923), anche se quello studioso riteneva l’organizzazione del Musolino come volta a riformare la Giovine Italia del Mazzini, la quale in realtà non ebbe peso alcuno nell’organizzazione della setta musoliniana (Berti). Del resto, è un fatto assodato per gli studiosi dei movimenti patriottici meridionali che i democratici delle Due Sicilie furono toccati poco dal mazzinianesimo e comunque, nel loro insieme, meno di quelli dell’Italia settentrionale e centrale (Berti). 

Ciò nonostante, uno dei luoghi comuni che ancora aleggia in certa storiografia concerne proprio la diffusione della Giovane Italia mazziniana nel Regno delle Due Sicilie e l’influsso delle dottrine mazziniane sul pensiero e l’azione dei patrioti meridionali. Probabilmente ciò è ascrivibile anche al fatto che lo stesso Mazzini aveva scritto che “coi moti del ’31 venne consumato il divorzio tra la Giovine Italia e gli uomini del passato”, il che può aver indotto la storiografia risorgimentale ad accogliere questo giudizio e ad attribuire scarso valore alla Carboneria dopo quella data, pur concedendo che il ’48 fu il logico epilogo del suo più genuino programma (PECEUZIO, Il Sud e l’Unità). E’ invece assodato che, almeno nel Mezzogiorno, il ’48 fu soprattutto opera della Carboneria, come opera della Carboneria era stata l’insurrezione del ’20. 

L’idea di fondare la setta venne al Musolino dopo il fallimento dei moti di Romagna del 1831, come lo stesso fondatore spiegherà, parecchi anni dopo (B.Musolino, La situazione,1879):Un tentativo parziale, fatto da pochi audaci e generosi, non poteva produrre che delle vittime inutili. In simili imprese il trionfo non può ottenersi che col concorso di tutti gli elementi vivi di una intera nazione. Quindi la necessità di raccoglierli mediante una società segreta organizzata militarmente, la quale non sarebbe scesa nel campo dell’azione che quando il numero degli affiliati avesse presentato la probabilità della vittoria, con uno scoppio serio e simultaneo in tutte le province”. 

Discussa è la data di fondazione: 1832, come afferma lo stesso fondatore o 1834, come riferisce il Settembrini nelle Ricordanze? A seguire il Berti il Musolino scrisse gli statuti nel 1832, nel 1833 iniziò l’opera di reclutamento, nel 1834 avvicinò il Settembrini, e da allora la setta cominciò ad avere consistenza e a diffondersi nel Regno. Nel 1839, quando il fondatore e alcuni tra i principali collaboratori (tra i quali il fratello Pasquale, il Settembrini, Raffaele Anastasio e Saverio Bianchi) vengono, per la delazione di due aderenti, arrestati (e detenuti fino al 1842, anche se assolti), la setta è all’apice della sua attività e conta proseliti in tutte le regioni del Meridione: narra il Montanelli che il patriota tarantino Giuseppe Massari fu dal Musolino nominato nel 1838, quando aveva appena diciassette anni, corriere della setta. Lo stesso Montanelli, nelle sue Memorie, considera i Figliuoli della Giovane Italia ”il simbolo arcano del carbonarismo messo a portata di tutti” e nota come la sua importanza fu grande, soprattutto, in Sicilia. Fu attraverso la setta del Musolino, nota il Montanelli, che prima del 1837 cominciò «per cosiffatte pratiche a serpeggiare negli animi della gioventù sicula il sentimento dell’italica nazionalità”. L’influenza di quell’organizzazione in Sicilia è comprovata anche da documenti d’archivio siciliani di epoca assai più tarda: nel 1850, difatti, quando il Comitato segreto siciliano che aveva sede in Palermo decise di darsi una forma cospirativa particolarmente sicura, ricorse proprio agli statuti della vecchia setta dei Figliuoli della Giovane Italia, e quando il 31 ottobre 1851 il Comitato siciliano farà richiesta di un uomo capace di organizzare e dirigere una nuova insurrezione in Sicilia il nome che verrà fatto è quello di “Benedetto Musolino il calabro” (cfr. Carte Pilo, citate da Berti). 

Nonostante la diffusione della setta, gli studiosi ritengono eccessiva la cifra di dodicimila aderenti, risultante in un Memorandum del 1838, dello stesso Musolino, rinvenuto fra le carte di un suo agente. La cifra è probabilmente esagerata, secondo il Berti, per scopi che si possono intuire, anche se non va dimenticato che “una setta clandestina, in regime assolutista, può avere peso politico anche se i suoi aderenti non sono numerosi”. 

Il movimento settario, cui il Musolino aveva dato spinta, continuò pur dopo gli arresti del 1839. Un tal fatto spiega lo stesso Musolino (La situazione) non arrecò danno che a soli sette individui, di cui tre furono indicati dai traditori, gli altri vennero arrestati per indizi o sospetti. Infatti, l’organizzazione della Società era tale che un delatore non poteva compromettere che una sola, al più due persone; salvo che il denunziante fosse un capo, perchè naturalmente allora questi poteva rivelare e compromettere tutti gl’individui soggetti alla sua giurisdizione, non mai però quelli sottoposti alle altre. Ma, vivadio – prosegue il Musolino – i capi erano tali uomini da affrontare cento volte il patibolo, anzichè discendere a tanta infame codardia. Però la Setta fece grande bene nell’Italia Meridionale, perchè vi volgarizzò quella idea e quel nome che prima erano ignoti. Per lo innanzi tutti i movimenti o tentativi di movimenti politici nell’Italia Meridionale, compreso quello del 1848, non avevano avuto che un carattere di rinnovamento parziale o locale. Al più, al più, dopo la propaganda di Gioberti, qualcuno andava sino alla Confederazione. Ma il nome di Italia una, libera, indipendente non si udì pronunziare che nel 1848, e per opera delle turbe nelle loro manifestazioni popolari; e ciò – ribadisce lo stesso Musolino – era effetto del lavorio della Setta, la quale sebbene fosse stata sgominata nel 1839, pure i suoi membri continuarono individualmente a spargere la buona parola fra le popolazioni“. 

I principi rivissero comunque nella setta del 1842-47 fondata dal d’Ayala a Reggio e propagandata dal Romeo e nella setta dell’Unità Italiana del 1849 i cui circoli corrispondevano alle vendite carboniche e alle congreghe della setta musoliniana (BERTI). Così come aveva la sua lontana radice nella vecchia Carboneria (e negli statuti della organizzazione neocarbonica del Musolino) la speciale importanza data nel 1849, e dopo, dalle sette napoletane alla affiliazione dei militari e dei cosiddetti capi-popolo che avrebbero dovuto trascinare artigiani e popolani, attirandoli al movimento rivoluzionario. 

La testimonianza del Settembrini (le Ricordanze) : origine del nome, scopi, organizzazione. 

Luigi Settembrini, nelle sue «Ricordanze», dedica un paragrafo (VIII, Parte I) alla Giovane Italia di Benedetto Musolino. Quest’ultimo viene descritto come un giovane «di molto ingegno, ma pieno di strani disegni arditi». Non poteva veder passare un reggimento o una compagnia di soldati, senza che, «imbaldanzito come un galletto» non dicesse: «se io avessi centomila di quelle punte (e indicava le baionette) sarei il liberatore del mondo» 

Il Musolino, al ritorno da un viaggio in Oriente, fermatosi a Malta, aveva avuto modo di leggere alcuni numeri della Giovine Italia del Mazzini. Spiegava poi al suo amico Settembrini: “Io ho dato alla setta il nome di Giovane Italia, perché se gliene avessi dato un altro e detto che la fondavo io, chi l’avrebbe accettata?”. Questa fu dunque la Giovane Italia – o Figli della Giovine Italia, come anche fu chiamata – sparsa in una parte del Regno di Napoli, e creduta essere quella del Mazzini. Prosegue il Settembrini: “Per usare un po’ di santa impostura, e mostrare carte stampate che venivano dall’alto, Musolino ebbe a spendere molti quattrini e si privava del necessario nel vitto e nel vestito, e non viveva che in quel pensiero, e sperava che il numero degli affiliati crescesse tanto, da poter dare egli il segnale della rivoluzione, e scoprirsi”. Lo scopo era nientemeno che cacciare d’Italia non pure tutti i principi, e gli austriaci, e il Papa, ma i francesi di Corsica e gl’inglesi di Malta, e formare una gran repubblica militare. Capo supremo un Dittatore sedente in Roma; dieci consoli governare le dieci regioni in cui si divideva l’Italia: ogni provincia comandata da un colonnello, ogni municipio da un capitano. Ciascuno di questi uffiziali aveva un questore o tesoriere, uffiziale anche egli. V’erano poi gli Apostoli, commessari dittatoriali o consolari, che avevano speciale incarico di stabilire, ordinare, regolare la setta. Il giuramento era di fiere parole, e doveva darsi sopra un teschio ed un pugnale. La bandiera un drappo nero su cui era un teschio bianco, e la scritta: unità, libertà, indipendenza. Nero il vestimento, simile a quello dei contadini calabresi; le armi una carabina con la baionetta, e un pugnale lungo un palmo. Dovere di tutti gli affiliati esercitarsi nelle armi, e correre tosto quando i capi li chiamavano, ed era giunto il fatal giorno dell’insurrezione, e il Dittatore dava il primo tocco del vespro». 

E questo dittatore (precisa il Peceuzio) non poteva evidentemente essere l’invisibile Mazzini, che era in colloquio col Dio dei popoli, ma piuttosto “lui Musolino, che in quattro e quattr’otto avrebbe spezzato e spazzato la tirannide. Meta precisa: unire gl’italiani in un solo Stato. 

Commenta il Settembrini: « Pazzi? Si, ma senza quei pazzi non ci sarebbe l’Italia ora; senza quella fede, quella fede ardente e quell’entusiasmo, i savi discuterebbero e ora non avrebbero fatto nulla. Ci volevano i pazzi ed i savi, come in tutte le cose grandi ci vuole l’ardire e il senno; ma al cominciare ci vogliono sempre i pazzi…». E la ragione di quella pazzia era l’Unità d’Italia, di cui se ne tenga ben conto – Musolino, Settembrini, Nicotera parlavano proprio quando tutti, a Napoli e fuori, applaudivano Ferdinando II, nel primo periodo del suo regno. 

Organizzazione e scopi nella descrizione del Musolino (La situazione, 1879) 

Nell’opuscolo La situazione, del 1879, il Musolino ha modo di correggere alcune affermazioni contenute nelle Ricordanze e ritenute inesatte. Precisa innanzi tutto che l’Italia era divisa in ventiquattro grandi province e non in dieci regioni. Fra le province era certamente compresa la Corsica, ma non Malta. Quanto alla prima, precisa il fondatore che, nel 1832, quando scrisse il Catechismo della Setta, egli considerava come parte integrante dell’Italia ogni terra in cui si parla l’Italiano (egli non aveva tuttavia tenuto conto dei sentimenti e simpatie dei Corsi, che erano più propensi per la Francia che per l’Italia. Quanto a Malta, egli nega di averla mai considerata parte integrante del suo progetto, mancando tutti gli estremi per riconoscere in essa una nazionalità italiana (la popolazione è di razza semitica e non latina; la lingua che vi si parla è un misto di punico antico e di arabo). 

La setta era militare, perché organizzata sopra una base strettamente militare; ma la repubblica che essa si proponeva di stabilire avrebbe avuto quella forma che la nazione, a suo tempo, avesse voluto darle. Quanto alla figura del dittatore, doveva essere il condottiero ed il legislatore del nuovo Stato. Ciò al fine di consentire ad un popolo appena redento da una secolare servitù – la quale è quasi sempre accompagnata da un grande corredo d’ignoranza, di superstizione e di vizi di ogni maniera – di essere retto, per certo tempo, da uomini di alta mente e di grandi virtù. Il Dittatore, una volta conseguita l’unità nazionale, si sarebbe circondato di uomini sapienti ed onesti, ed avrebbe dato allo Stato leggi atte ad assicurarne la libertà, la prosperità la potenza. Il Musolino ritiene poco probabile il pericolo che il Dittatore potesse conservare in perpetuo il potere assoluto, per l’indole stessa della setta, nella quale non erano ammessi gli analfabeti, anzi era condizione sine qua non che gli affiliati dovessero essere forniti di una certa istruzione e di vita intemerata. Il Catechismo non era solo scuola di patriottismo, di abnegazione e di sacrifizio; ma di diritti- doveri politici; poichè non si voleva solo una nazione per la vanità di dire anche noi siamo uniti, liberi ed indipendenti, ma si agognava uno stato prospero e felice, all’ombra di leggi giuste, provvide,paterne. 

Il Musolino passa poi a descrivere lo scopo economico-sociale della setta, rimproverando al Settembrini di aver accennato solo allo scopo politico. La setta della Giovane Italia, che egli definisce meridionale per distinguerla da quella di Mazzini, aveva due gradi. Nel primo erano ammessi i Figliuoli della Giovane Italia (F. D. G. I.), nel secondo erano compresi i Padri della Missione Suprema (P.D.M.S.). I primi erano tutti giovani soldati. Accettata una volta la Setta e prestato giuramento, non si discuteva più. Dovere dell’affiliato era fare proseliti mediante conversioni segrete, provvedersi di armi ed esercitarsi al loro maneggio, studiare l’arte militare e tenersi ciecamente pronto agli ordini che gli si comunicavano. Naturalmente da questa classe di uomini uscivano, all’epoca dell’insurrezione, gli uffiziali e i comandanti delle forze rivoluzionarie. I Padri della Missione Suprema poi erano uomini provetti e di scienza, intesi a studiare, ed a suo tempo attuare, le leggi e riforme che dovevano essere la sorgente ed il palladio della libertà, della prosperità e della grandezza della nazione, incominciando dalla riforma sociale. 
Il Musolino afferma che, sin dai primi momenti della fondazione della setta, questo scopo andava di pari passo con quello politico: non era sufficiente avere una patria grande e rispettata, ma, per chiudere per sempre la porta delle rivoluzioni, era necessario risolvere al contempo la questione sociale, causate dalla violenza e dalla miseria: quest’ultima si impedisce con l’equilibrio economico, cioè ripartendo equamente fra i cittadini diritti e doveri, vantaggi e sacrifici, utili e perdite. 

Replica pertanto ai sospetti di comunismo, precisando che la riforma sociale vagheggiata dalla Giovane Italia Meridionale non solo non attentava minimamente alla proprietà, ma la conservava e garantiva tale quale è: cioè cumulabile indefinitamente, trasmissibile ereditaria; intendeva solo stabilire su basi più eque i rapporti tra proprietari e capitalisti, contadini ed operai. Ammetteva la possibilità di divenire anche milionario con mezzi legittimi ma voleva nello stesso che ogni cittadino avesse una discreta esistenza, la quale gli assicurasse la indipendenza della vita materiale. E questo scopo doveva conseguirsi mediante la razionale organizzazione del lavoro e del credito. 

La contrapposizione alla Giovane Italia mazziniana 

A giudizio del Berti, nelle Due Sicilie Benedetto Musolino fu il primo non soltanto a costituire un’organizzazione che, rimanendo sostanzialmente fedele all’ideologia ed ai metodi di organizzazione della vecchia carboneria (sia pure ammodernata e riformata), continuava, nel decennio 1830-40, la tradizione, ma fu il primo ad avere coscienza d’elevare, con la costituzione di quella sua setta, un controaltare ai principi e alla organizzazione mazziniana. Col Musolino si ebbe il primo e il più organico tentativo di mantenere indipendente ed intatto il carattere autoctono della cospirazione meridionale, contrapponendola al mazzinianesimo, contrapponendo all’ideologia di Mazzini una diversa visione del mondo e della vita che si richiamava, addirittura, all’insegnamento del Telesio e del Campanella, alle idee della scuola giusnaturalistica, affondando le proprie radici nell’illuminismo settecentesco, nella tradizione carbonica, pur rimanendo aperta alla comprensione dei fatti nuovi dell’economia e della storia. 

Mazzini si sdegnò non poco per quella che riteneva la contraffazione del suo pensiero e in particolare per l’esistenza di una setta che pur chiamandosi dei Figliuoli della Giovane Italia era atea e materialista e si contrapponeva agli ideali mazziniani, come emerge da una lettera al Melegari del 12 novembre 1838. In realtà la setta, pur avendo un orientamento sociale avanzato (affermava la necessità di una dittatura rivoluzionario-militare, riformatrice ed educatrice della plebe’, capace di trasformare la plebe in popolo), non si proponeva immediatamente l’abolizione della proprietà (Berti): forse, più radicali erano gli obiettivi finali, noti ai padri, ma non rivelati agli aderenti del primo livello (i Figlioli). In ogni caso, il Musolino smentirà questo obiettivo. 

Le ragioni di questa contrapposizione tra il Musolino e il Mazzini originano da una diversità di formazione: probabilmente perché nel Mezzogiorno era rimasto più vivo il legame con gli antecedenti illuministici settecenteschi, e con quelli carbonici e neocarbonici. Troppo distante dai pensatori meridionali era la scuola d’ispirazione mistico-romantica, cui il Mazzini si ispirava. Certo è che il Musolino dà inizio, nelle Due Sicilie, in campo democratico, a una critica del mazzinianesimo che svolgeranno, poi – anche se su altre linee e con altri intenti – numerosi altri patrioti del Mezzogiorno, anche quelli che insieme ai lati negativi, vedranno i lati positivi del pensiero e dell’azione di Mazzini come, ad esempio, Pisacane (Berti). I rapporti tra i due patrioti diventeranno ancora più tesi durante la Repubblica Romana e nel periodo 1854-55, quando il patriota genovese ostacolerà la proposta del Musolino di dirottare in Calabria la legione anglo-italiana diretta in Crimea (cfr. in proposito (lettera di Pisacane allo stesso Musolino) . Alla critica delle strategie mazziniane il Musolino dedicherà gran parte dell’opera Giuseppe Mazzini o i Rivoluzionari Italiani, ultimata a Parigi nel 1859 e pubblicata, postuma, nel 1982, alla cui lettura si rinvia per approfondire la tematica (vai al link).

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