Verso l’Unità d’Italia- 1848- Memorie della Battaglia sul fiume Angitola
Intervento di Vincenzo Ruperto

La nostra regione, nella sua storia, fu terra di conquista da secoli, prima e dopo la nascita di Cristo. Un crocevia di diverse civiltà con varie dominazioni che hanno lasciato il segno negli usi e costumi, nella lingua, economia e società.
Fu il popolo calabrese profondamente scosso da fenomeni distruttivi della natura (terremoti, alluvioni, epidemie etc.), ma più scosso fu dal dispotismo dei regnanti, specie in periodo feudale, e da leggi repressive nei confronti dei ceti popolari. E il popolo angariato si sollevò più volte nella speranza di avere più liberta e benessere.
Tralascio di parlare delle classi sociali che si sono formate nei secoli, come la borghesia nell’800, il secolo dei grandi avvenimenti che portarono alla nostra unità nazionale.
Un pellegrinaggio molto faticoso e lungo verso il santuario dell’Unità, fatto su strade piene d’insidie, tracciate su aspri sentieri, attraversando monti, colline, pianure, fiumi, mare, boschi e campi deserti con incontri felici o infelici e scontri che lasciavano morti e feriti.
Nei libri di scuola la storia c’è narrata per i grandi avvenimenti, che riguardano nazioni e continenti, con le loro istituzioni, i loro governanti, i loro ministri, le loro guerre di offesa o di difesa, aristocratici e alta borghesia finanziaria o commerciale, il popolo dei subalterni, la plebe come si usa dire quasi con spregio, ha voce in capitolo quando si rivolta contro le ingiustizie sociali di chi governa o amministra, anche a livello locale; se vogliamo fare la storia delle nostre comunità, dobbiamo conoscere il loro passato di fatti e misfatti, di persone e di luoghi, di usi e costumi.
La battaglia dell’Angitola del 1848, è molto importante per la nostra storia locale, che si unisce alla storia dell’unità nazionale attraverso personalità di gran rilievo, personalità note per i loro scritti, il loro pensiero, la loro azione, i loro ruoli, sono un’occasione per ricordare coloro, quasi tutti giovani, che morirono in combattimenti, che riportarono ferite, che furono giustiziati, carcerati, esiliati, che tanto dolore portarono nelle loro famiglie.
In quasi tutte le città e comuni del Regno la Carboneria e la Massoneria si erano radicati con le loro vendite e logge, circoli locali segreti di cittadini per lo più colti e benestanti, ispirati all’idea di fratellanza e libertà, di riscatto sociale, di cambiamento del sistema istituzionale, alcuni preferendo al sistema monarchico quello repubblicano, ideale del Mazzini o di Benedetto Musolino.
Chi erano questi promotori e adepti nei comuni dell’Angitola, della Calabria Media in genere, dove attinsero il nuovo pensiero? Come detto, erano quasi tutti rampolli di famiglie nobili o benestanti, pochi quelli di modeste condizioni economiche. Studiavano nei reali collegi e si addottoravano nelle varie discipline a Napoli, e proprio nei reali collegi appresero le nuove idee. Con il Settembrini a Catanzaro e a Monteleone con Onofrio Simonetti, entrambi emeriti professori e amici. Onofrio Simonetti era nato a Francavilla nel 1796 e morì nel 1862 a Monteleone, allievo del dotto canonico Potenza, fu medico, filosofo, letterato, si occupò di materie scientifiche, fu socio di numrose accademie italiane ed europee, fu autorevole e apprezzato educatore. Lasciò numerosi scritti per fare conoscere la cultura calabrese. Famosa la sua opera su ‘La filosofia di Dante nella Divina Commedia’, sulla storia del pensiero filosofico calabrese, da Pitagora a Campanella e Galluppi.
Tra i suoi allievi furono uomini come Benedetto Musolino di Pizzo, Michele Bello di Gerace Severino Serrao di Filadelfia, Francesco Servello di Francavilla (quest’ultimo era nipote ex sorore e morì per infarto alla vigilia dell’arrivo di Garibaldi ed ebbe la nomina, alla memoria, di prefetto, ossia di Intendente del Regno, aveva partecipato alla battaglia dell’Angitola). Aveva vinto il concorso in magistratura di ultimo grado, ma gli fu vietato ricoprire la prestigiosa carica e anche di esercitare la professione di avvocato. Fu amico di Stocco, Mazzei, De Nobili e di tanti altri ferventi patrioti. Assieme al farmacista Farina faceva parte della loggia francavillese, ben rappresentata e attiva. La famiglia Servello, dopo l’Unità, si trasferì a Pizzo per il matrimonio del medico Servello Domenico fu Raffaele con una Panella. Discendenti di questa famiglia furono Raffaele, magistrato, Francesco Antonio, professore d’ingegneria navale a Trieste, Manfredi avvocato.
Nel 1847 era scoppiata una rivolta sullo Ionio reggino, precisamente a Gerace e comuni limitrofi, promossa da alcuni giovani carbonari, alcuni amici e compagni di scuola di Benedetto Musolino come Michele Bello. Chiedevano la Costituzione e alcune rivendicazioni come l’uso dell’acqua marina, vi era il divieto di usarla per scopo alimentare. Fu mandato a sedare la rivolta il generale Ferdinando Nunziante. Furono catturati i principali promotori ossia Michele Bello, Pietro Mazzone, Gaetano Ruffo, Domenico Salvadori, Rocco Verduci che furono giustiziati, il generale aveva la potestà di salvare loro la vita imprigionandoli, ma non lo fece, erano giovani studenti in giurisprudenza a Napoli, dove avevano stretto amicizia con altri patrioti calabresi. Erano giovani romantici, poeti e sognatori di un’Italia unita.
La drammatica fine della rivolta di Reggio e dei martiri di Gerace suscitò ovunque sdegno e commozione non solo nel regno delle due Sicilie, ma anche nel resto d’Italia e attirò l’interesse della stampa dei paesi liberi.
A Milano le dame adottarono la moda di indossare il cappello alla calabrese in segno di solidarietà. Il 1847 reggino fu, a tutti gli effetti, il preludio del 1848 e della battaglia sul fiume Angitola.
Agli inizi del 1848 Ferdinando II concesse la Costituzione. 11 18 aprile si svolsero le elezioni con ordine, con grande entusiasmo e molta affluenza. Benedetto Musolino fu eletto deputato. Subito si capì il suo doppio gioco del sovrano e la sua intenzione a non renderla operativa, giustificandosi con gli alleati della triplice, austriaci per primi, di averla concessa perché costretto dalle sommosse esplose nelle province del regno, e con insorti e deputati sostenendo che era impedito dagli alleati. Scoppiarono le rivolte e Fedinando II, chiamato re bomba per l’uso delle armi nel sedare qualsiasi tumulto, sciolse di fatto- il parlamento. Deputati e e rivoluzionari protestarono energicamente, ma invano e e si decise di organizzare militarmente i vari gruppi d’insorti nelle province del regno. Benedetto Musolino fu uno dei più attivi e assieme ad altri si portò a Cosenza per organizzare la rivolta calabrese. Fu eletto in Cosenza un Governo Provvisorio, composto di cinque membri con poteri dittatoriali, sino alla convocazione del nuovo Parlamento . II Musolino fu uno dei Cinque : esercitò le funzioni di Ministro della Guerra.
Per la Calabria si affidò l’incarico di comandante al generale Francesco Stocco, un barone nativo di Adami di Decollatura, furono mobilitati in pochi giorni quasi 4.000 rivoluzionari.
Di questi ben 2.000 furono destinati nella Calabria Media, precisamente al campo di Filadelfia. Gia nei comuni dell’Angitola i rivoluzionari erano in piena azione con i loro seguaci. Gruppi di rivoluzionari, sotto la guida di Fabiani di Maida, risalirono le sponde tortuose del fiume Angitola e si diressero alle Ferriere di Mongiana, dove riuscirono a prendere 24 barili di polvere e ben due cannoni.
Era stato incaricato di nuovo il generale Nunziante a sedare le rivolte scoppiate in tutto il monteleonese. Un esercito regio di ben 2.000 uomini sbarcò a Pizzo. Il generale aveva sottovalutato la gravità della situazione e aveva pertanto tranquillizzato la truppa di non temere pericoli dagli insorti.
Si sbagliava, rimase colpito dall’audacia dimostrata da alcuni giovani insorti, come Paolo Vacatello di Pizzo, che nella rada di Santa Venere assalirono un veliero per impossessarsi di 25 barili di polvere sabotando l’intero carico destinato alle truppe borboniche. Paolo era nipote di donna Francesca Vacatello, moglie del dott. Antonio Catalano, medico a San Pietro a Maida e oriundo di Francavilla, la coppia non ebbe figli.
L’esercito borbonico, responsabile ancora il Nunziante, il 29 giugno commise il più vile e scellerato eccidio, dopo avere saccheggiato, razziato Pizzo si accani tonto contro la famiglia di B. Musolino. Fu bruciato il palazzo, il vecchio genitore fu sgozzato a punta di baionetta ; il fratello primogenito Saverio, illustre Avvocato, fucilato ; la madre, un altro fratello e la cognata Rosina Scaglione, morti pochi mesi dopo di crepacuore; tutte le altre proprietà urbane e rurali messe a ruba e devastate. si sentirono delusi e ingannati dai loro superiori, sfiduciati infierirono contro la popolazione, perpetrando violenze di ogni genere. Nunziante fu costretto a dimorare a Pizzo (così il cronista).
Ritornando alla battaglia dell’Angitola. Il campo dei rivoltosi a Filadelfia fu male organizzato, si dormiva sulle strade, i mezzi di sussistenza erano scarsi, era insomma, come qualche cronista ed ebbe a dire, una Babele.
Erano arrivati i più prestigiosi e influenti rivoluzionari da Catanzaro, Sambiase, Nicastro, Maida, Cortale e da quasi tutti i comini del bacino dell’Angitola.
Palazzo Serrao a Filadelfia accolse numerose personalità come il Griffo, generale delegato da Stocco come comandate del campo. Palazzo Mannacio a Francavilla ospitò il maggiore D’Olio, D’Ippolito e Mazzei di Nicastro, De Nobili e De Riso di Catanzaro con altri nobili. I fratelli Vincenzo, Fabrizio e Annibale Mannacio parteciparono alla battaglia dell’Angitola.

Il ponte sul fiume Angitola ancora non era stato costruito, quello esistente era provvisorio e di legno. Quello che oggi possiamo ammirare, anche se non percorribile, fu ultimato dopo il 1848, vera opera dì ingegneria. Era stato costruito per unire la strada che portava a Reggio e anche alle Serre per arrivare a Soverato, dazio si seconda classe mentre quello di Pizzo era di prima classe. L’unica strada che da Napoli arrivava a Reggio era la Via Grande, l’ex Popilia dei romani che all’Angitola si tagliava in due.
Piccola nota, un certo progresso nei nostri comuni si era avuto tramite alcune produzioni come il gelso, vigneti, oliveti, e lavori artigianali di pregio, ma non vi erano infrastrutture come porti e strade, eccettuata la Via Regia (attuale autostrada) e fu progettato e costruito il ponte sull’Angitola per unire la strada per Reggio e per realizzarne una nuova che dall’Angitola portasse in territorio di Argusto per arrivare a Soverato (la strada delle Serre ancora non è stata ultimata).
E lo scontro avvenne, e fu vera battaglia in un territorio vasto, da monte Coppari, da dove origina l’Angitola alla sua foce, dalla sua Piana sino alle alture di Curinga e al ponte della Madonna delle Grazie, prima Campolongo. Si combattè con armi da fuoco e all’arma bianca. I rivoltosi non superavano le 300 unità, mentre i soldati regi erano di gran numero superiore e protetti anche da due navi con cannoni, che stanziavano tra la foce del fiume Angitola e il Turrina. Dal campo di Filadelfia non arrivarono rinforzi e il Griffo, delegato da Stocco come comandante di quel campo, fu lento o riluttante a intervenire ad accerchiare i regi posizionandosi tra il Trevio e il Fondaco Apostoliti. Un suo intervento poteva avere altro esito.
Gli insorti si ritirarono riparando nei boschi o fuggendo verso Curinga, inseguiti dal Nunziante. Al ponte delle Grazie i regi furono sorpresi da un nutrito gruppo d’insorti, molti provenienti da Sambiase e Nicastro, tra i quali spiccano i nomi di Giovanni Maria Cataldi e del nipote Giovanni Nicotera, anche nipote di Benedetto Musolino. Il curinghese Francescantonio Bevilacqua, simpatizzante dei nazionali, vedendo bruciare il suo casino, mobilitò i suoi dipendenti a unirsi ai rivoltosi. Fu teso un vero e proprio agguato alle truppe del Nunziante, che atterrito ripiegò verso il mare protetto dalla nave Archimede. Ricevuti i rinforzi, via mare e via terra, costrinse i rivoltosi a ripararsi fuggendo tra i boschi delle alture di Curinga. Le perdite dei regi furono consistenti, quelle dei nazionali pochissime. Alle Grazie furono fatti fucilare dal Nunziante : Angelo Morelli, Ferdinando Barone De Nobili, Giuseppe Mazzei, Andrea De Summa, Giuseppe De Fazio, Giovambattista Alessio, Antonio Scaramuzzino, Ferdinando Miscimarra, Felice Saltalamacchia e altri due giovani siciliani dal nome rimasto sconosciuto.
Finì nel sangue la battaglia sull’Angitola, gli insorti furono sconfitti e messi in fuga. Se ci fosse stato maggiore collegamento tra loro e, il campo di Filadelfia, secondo alcuni esperti, l’esito della battaglia poteva essere diverso. Alcuni, come B. Musolino e il nipote Giovanni Nicotera, ripararono all’estero, Corfù, Malta e Francia, altri subirono processi e carcere a Ventotene, come il Castaldi, altri ritornarono ai loro patri lari, senza subire carcere per le raccomandazioni avute da parenti molto influenti nell’amministrazione borbonica, altri, come i contadini e dipendenti dei vari proprietari terrieri, ritornarono ai loro tuguri, alcuni restarono patrioti e seguirono sia Giovanni Nicotera a Sapri sia Garibaldi a Napoli.
Giovanni De Fiore di Maida, assieme al Fabiani, protagonista rivoluzionario, partecipando all’incursione di Mongiana e alla battaglia dell’Angitola, in una sua monografia afferma:
‘Soffocata nel sangue la rivoluzione calabrese, come doveva accadere, perché abbandonata alle sole sue forze dalle altre province, la reazione si scatenò in un modo strano contro il paese. Onorato lo spionaggio, la dottrina e la civiltà sospette; Amministrazioni, leggi, istruzioni in mano di gente abbietta, e solo alla causa regia devota. Esilio, carceri, galera ad uomini non colpevoli di altro di avere amato la costituzione, che lo stesso sovrano aveva largito.”
Fu l’epoca del romanticismo, poeti e scrittori non mancarono tra i rivoluzionari insorti. Vi fu un patriota prete poeta, Giuseppe Monaldo (Filadelfia 1820-ivi 1911). Fu parroco della chiesa di San Giorgio a Pizzo, spirito rivoluzionario e veramente laico. Le sue poesie si tramandavano oralmente nei paesi angitolani. Trovati gli scritti, sono stati pubblicati a cura del nipote Servello. Il Monaldo descrive la storia, la nostra storia con versi in dialetto.
E voglio recitare alcuni versi, dove immagina una vecchia signora, pizzitana, che racconta la sua vita, la vecchia signora, parafrasata è la gente della nostra terra, dei nostri luoghi, dell’Angitola per essere chiari:

”Su’ vecchia, e’nd’aju avutu
Malànni cu la pala,
E giùru ca la guàla
De mìa non ‘nci sarà.

‘Ncignài de li prim’ànni
Mu ‘nsàccu sempre guài,
E quantu’ndi passài,
Cu’ diàvulu li sa?

Lu terremuòtu lu vitti (1783)
Curcàre casi ‘n terra,
E fàmi, pèste e guèrra
‘Ndi vìtti pùru ccà!

E vitti pùru a Rùffu
Supra’na mula jànca,
Chi a mànu dèstra e mànca
Facìa diavularì.

‘Stu riègnu vitti puru
Quagghjàtu de Francìsi,
De bràvi fàcci’mpìsi
‘Nda vitti cumpagnì.

Tri vuòti lu colèra
Lu vitti chi ‘nfuriàva,
De ccà chi si scupàva
La miègghju gioventù.

‘Ncí pizzicài! e si piènzu
A chiju guài assassìnu
Mi stringe ‘u cularìnu,
M’acchjàppa’u tremotò.

Lu Quarantuòttu vìtti
Chiji galiuòti brutti,
Chi ni sdogàru tutti
Gridàndu: Viva’u Rre!

La rugna paisana (pizzitàna)
Chi mìsi ed anni dura,
Io l’eppi de criatùra
E grattu puru mo’.

E’n tàntu cu’sti guài
No’ vòzzi mai finire,
No’ vozzi mai morìre,
Lu dìcu ‘n verità….
Monaldo, noi e l’Angitola siamo ancora qua.

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